giovedì 2 marzo 2017

Speciale : Puglia, in edicola dal 2 marzo

ALL’ASCOLTO DEL MEDIOEVO


Dal brusio sommesso delle preghiere ai rintocchi delle campane, la vita quotidiana delle città medievali era accompagnata da una moltitudine di suoni e di rumori. Un paesaggio sonoro che possiamo immaginare e ricostruire grazie alle fonti iconografiche e documentarie, a cui si aggiungono le molte e colorite cronache dei grandi eventi, ma anche di gustosi momenti privati...

Immaginare di chiudere gli occhi e di ascoltare i suoni e i rumori di una città medievale potrebbe sembrare un’operazione eccentrica, se non impossibile: in fondo solo dalla fine dell’Ottocento siamo in grado di registrare qualcosa e, come scriveva il Dottore della Chiesa e poi santo Isidoro di Siviglia (560 circa-636) nel De Musica, «se l’uomo non trattiene i suoni nella sua memoria, essi spariscono, perché non possono essere scritti». Di questa «fonosfera» medievale abbiamo talvolta qualche labile descrizione: tracce imperfette di un mondo che fu incredibilmente ricco e che ora ci appare come un affresco scrostato su di una parete umida. Certo, il Medioevo cominciò a lasciarci qualche traccia melodica attraverso una timida notazione musicale, ma nulla potrà piú restituirci il suo variegato paesaggio sonoro. Nulla o quasi, visto che da qualche decennio gli studi di antropologia ed etnomusicologia ci hanno aperto le porte – meglio, le orecchie – su questo mondo inesplorato e affascinante.

Ogni epoca ha avuto un suo orizzonte sonoro dalle caratteristiche proprie e dai lentissimi cambiamenti: il galoppo del cavallo ha fatto da sfondo alla storia europea fino alla prima guerra mondiale. Un timbro che, diventando ritmo, è confluito nella chanson de geste e nel romanzo bretone e ha tenuto banco fino alle colonne sonore di film storici, come Excalibur di John Boorman (1981). Eppure ricostruire un paesaggio sonoro perduto è possibile, se non addirittura necessario, almeno per chi voglia comprendere una cultura nel suo insieme di relazioni, tanto materiali quanto intellettuali. Perché una civiltà non è fatta solo di testi e monumenti, di saghe e Libri di Ore, ma anche di suoni e di rumori: siano essi gli zoccoli di un cavallo sul legname che rivestiva la città di Firenze, una musica da camera o le grida scomposte urlate sotto la finestra di un coppia di anziani risposatisi in seconde nozze. Chiariti solo alcuni degli aspetti di una simile ricerca, proviamo ora a immergerci in una città medievale – una città-tipo, non una specifica – a occhi chiusi e ascoltiamone i suoni e i rumori, tentando di capire da dove provengano e, soprattutto, cosa abbiano da dirci. Giungere alle mura della nostra città e oltrepassarne la porta d’ingresso è un’esperienza multisensoriale, ma forse, provenendo dalla silente campagna circostante, ciò che colpisce maggiormente è quella sua esplosione sonora, quei rumori che «fanno» tanto città e che «fanno» tanto libertà, perché, ricorda un antico proverbio tedesco, «Stadtluft macht frei» («L’aria di città rende liberi»). Per lo scrittore e filosofo francese Michel de Montaigne (1533-1592), entrare nottetempo in una città come Augusta è ancora un’avventura totalmente sonora. Chiuse le porte al calar della notte, Montaigne si trova di fronte alla «porta segreta» che filtra i viaggiatori, aperta da un guardiano attraverso una lunga catena che «dopo un lungo percorso e molteplici giri», solleva un paletto, anch’esso in ferro. Superato l’ostacolo, con la porta che si chiude rumorosamente alle spalle, il visitatore può ascoltare ora i suoi passi attraversando il ponte di legno coperto poggiato sul fossato che fa da cassa di risonanza. Qui il guardiano avvisa con una campanella il suo collega, il quale subito aziona rumorosamente un congegno che solleva una barriera, sempre di ferro, poi, mediante una grande ruota, comanda il ponte levatoio e cosí «d’improvviso ogni cosa si richiude con gran fracasso». Passato il ponte, un’altra porta lo conduce in una sala dove si ritrova chiuso, solo e senza luce.
Fonte ; http://www.medioevo.it/editoriale.html

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